Il Caso Siracusa e la responsabilità professionale dell’avvocato nell’uso dell’intelligenza artificiale

Citazioni giurisprudenziali inesistenti, allucinazioni dell’IA e art. 96 c.p.c.: cosa insegna la sentenza n. 338/2026 del Tribunale di Siracusa agli avvocati che usano l’intelligenza artificiale nella pratica forense.

Introduzione

L’intelligenza artificiale è entrata prepotentemente anche nella pratica forense. Strumenti di AI generativa vengono oggi utilizzati da molti professionisti del diritto per la redazione di atti, la ricerca giurisprudenziale e la sintesi di documenti complessi. Tuttavia, la facilità d’uso di questi strumenti non deve far dimenticare i loro limiti strutturali né, soprattutto, le responsabilità che gravano sull’avvocato come professionista.

La sentenza n. 338/2026 del Tribunale di Siracusa è una delle pronunce italiane più recenti a occuparsi in modo diretto e analitico delle conseguenze giuridiche derivanti dall’uso non verificato dell’IA nella redazione degli atti processuali. Il caso offre uno spunto di riflessione fondamentale per tutti i legali che si avvicinano – o che già si sono avvicinati – a questi strumenti.

Il fatto: citazioni della Cassazione inesistenti

Nel corso di un giudizio civile, la parte attrice aveva inserito nella propria memoria difensiva alcune citazioni di sentenze della Corte di Cassazione, riportate tra virgolette come se fossero trascrizioni fedeli. A seguito delle verifiche disposte dal Tribunale, è emerso che quelle citazioni erano in realtà inesistenti, oppure non corrispondenti al contenuto reale delle pronunce richiamate.

Il fenomeno è noto nel campo dell’intelligenza artificiale con il termine “alllucinazione”: i modelli linguistici di IA possono generare testi apparentemente coerenti e autorevoli, comprese citazioni giurisprudenziali, che in realtà non hanno alcun riscontro reale. Il problema non nasce da malafede dell’utente, ma dalla natura stessa di questi strumenti che non sono banche dati giuridiche, bensì modelli statistici addestrati a produrre testo plausibile.

L’IA come strumento statistico e non fonte giuridica affidabile

Il Tribunale di Siracusa ha chiarito un punto essenziale, spesso sottovalutato nella pratica quotidiana: i sistemi di intelligenza artificiale generativa non sono banche dati giuridiche. Non recuperano sentenze da archivi verificati ma elaborano e combinano testo sulla base di pattern statistici appresi durante l’addestramento.

Questo significa che un sistema di AI può “citare” una sentenza della Cassazione con il numero di registro e il nome delle parti, il tutto in modo del tutto inventato ma formalmente impeccabile. La verosimiglianza del risultato è proprio ciò che lo rende pericoloso poiché induce il professionista a fidarsi senza verificare.

La responsabilità dell’avvocato

Il Tribunale ha qualificato la condotta del difensore come gravemente colposa. Infatti, l’avvocato ha un preciso dovere professionale di verificare le fonti giuridiche prima di includerle in un atto processuale. Questo obbligo non viene meno – anzi, si rafforza – quando si utilizzano strumenti tecnologici la cui affidabilità intrinseca è notoriamente limitata.

L’utilizzo acritico dell’intelligenza artificiale, senza un controllo delle fonti ufficiali integra una violazione degli obblighi deontologici e professionali. Il difensore, in quanto dominus dell’atto processuale, risponde di tutto ciò che vi inserisce, indipendentemente dallo strumento utilizzato per redigerlo.

Le conseguenze: responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c.

Il Tribunale ha applicato la responsabilità processuale aggravata prevista dall’art. 96 c.p.c. La norma punisce chi agisce o resiste in giudizio con mala fede o colpa grave, e prevede la condanna al risarcimento del danno. Nel caso di Siracusa, la condotta è stata ritenuta tale da compromettere il corretto svolgimento del processo in quanto il Tribunale ha dovuto impiegare tempo e risorse per verificare le citazioni, subendo un aggravio dell’attività giudiziaria del tutto evitabile.

Come usare l’IA in modo corretto e sicuro

La sentenza non condanna l’uso dell’intelligenza artificiale in sé. Stabilisce, piuttosto, che l’IA può e deve essere uno strumento di supporto, mai di sostituzione del giudizio professionale. Ecco le indicazioni operative più rilevanti che emergono dal caso:

  • Verificare sempre le citazioni giurisprudenziali su fonti ufficiali prima di inserirle in qualsiasi atto. Non fidarsi mai del testo generato dall’AI come se fosse una trascrizione fedele.
  • Considerare l’output dell’IA come bozza di partenza, non come prodotto finale. Utile per strutturare argomentazioni o identificare temi di ricerca, ma ogni affermazione tecnico-giuridica deve essere autonomamente controllata.
  • Documentare l’uso degli strumenti tecnologici nell’attività professionale, anche ai fini di una corretta gestione della responsabilità verso il cliente e ai sensi dell’art. 13 della L. 132/2025 che prevede un vero e proprio obbligo di informativa al cliente.
  • Formare il personale di studio sull’uso consapevole dell’IA, con particolare attenzione ai limiti di questi strumenti e alle potenziali allucinazioni.
  • Privilegiare piattaforme di AI specializzate, integrate con banche dati giuridiche ufficiali e verificate.

Un segnale per il futuro della professione forense

Il caso Siracusa non è destinato a restare isolato. Con la diffusione capillare dell’IA negli studi legali, la giurisprudenza italiana, così come quella europea, è destinata ad occuparsi sempre più frequentemente dei profili di responsabilità connessi all’uso di questi strumenti. Il quadro normativo di riferimento – dal GDPR all’AI Act, fino alla nuova legge italiana sull’intelligenza artificiale (L. 132/2025) – impone agli operatori del diritto un approccio consapevole, critico e responsabile.

La responsabilità professionale dell’avvocato non è delegabile a un algoritmo. L’intelligenza artificiale può amplificare le capacità del professionista, ma non può – né deve – sostituirsi al suo giudizio, alla sua esperienza e alla sua etica professionale.

Conclusione: innovazione sì, ma con metodo

La sentenza del Tribunale di Siracusa traccia con chiarezza il confine tra l’uso lecito e responsabile dell’IA e l’uso superficiale che può generare gravi conseguenze processuali e professionali. La sfida per gli avvocati è quella di abbracciare l’innovazione tecnologica senza rinunciare alla rigorosità che contraddistingue la professione forense. L’IA è uno strumento potente, ma è il professionista a dover rispondere, sempre e comunque, della qualità e della veridicità della propria attività professionale.

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